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RECENSIONI

Weak like a Man

Andrea Cubeddu, Autoprodotto 2019

Recensione di Matteo Testa

Weak like a man, l’ultima fatica di Andrea Cubeddu, trasuda Delta da ogni poro.

Il blues caratterizzato dal fingerpicking − come ha insegnato Skip Jamese dall’abile utilizzo del bottleneck alla maniera di Son House è però solo un abito antico utilizzato per vestire testi autobiografici intimamente legati alle ansie e ai problemi della modernità.

Cubeddu è un cantautore che si mette a nudo, mostrando tutta la sua fragilità e la sua umanità in un‘odissea di emozioni, il cui principio sembrerebbe risiedere nel distacco dalla placida vita barbaricina per sistemarsi nella frenetica Milano.

Suonare è per lui soprattutto una catarsi con il quale esorcizzare le paure e le insicurezze e il suo antidoto è metterle in musica.

Questa vocazione cantautorale viene fatta vacillare in Damn Money, in cui l’autore, novello Ulisse, si stringe forte alla sua chitarra per resistere alla tentazione di un successo facile e ai richiami delle sirene del Dio denaro che lo porterebbero sicuramente verso acque più calme e sicure, ma lontano dalla musica che ama.

Tra i crucci del suo animo non potevano mancare i tormenti dell’amore. La maledizione del bluesman isolano è sempre la stessa: la continua attrazione per qualcosa o qualcuno che non può avere, dichiarata nel Tulsa Sound Something I can’t have e confermata dal primitivo bluesaccio Mad love blues. Come amore è quello che traspare per la terra natia nella waitsiana The call, fotografia epica e sentita delle montagne della Barbagia.

La nostalgia dei rapporti stabili e la sofferenza per l’impossibilità di poter dedicare il tempo alle persone giuste sono il fardello della vita da nomade in Lost & Lonesome. Come tra le note country di Good friends by my side, sono i buoni amici e l’alcol, che in Storytelling diventa il suo mojo disinibitore e fluidificante dei pensieri, la cura di questo malessere esistenziale. La ricerca musicale di Andrea non si ferma al Mississippi: i suoni dell’Africa riecheggiano nelle ritmiche di Orion, che rimanda alle influenze sahariane dei malesi Boubacar Traoré e Tinariwen.

I tredici brani di questo album sono, per citare Martin Scorsese, un viaggio dal Mississippi al Mali, ma passando per Orani. E sono soprattutto il racconto riuscito di un uomo dal cristallino talento musicale e da una voce capace di dare nuova linfa a un genere che troppo spesso è caratterizzato dal manierismo e dalla ripetizione ossequiosa di, seppur inossidabili, standard musicali.

È un disco di evasione, da ascoltare in silenzio e solitudine. La caratteristica voce del cantastorie isolano e la sua sapiente capacità di alternare carezze e schiaffi sulle sei corde sapranno essere un ottimo compagno negli spostamenti in auto alla ricerca di un luogo dove ritrovare se stessi a bordo di una Cadillac Eldorado da 270 cavalli del 1955 con la capote in tela aperta.

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