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RECENSIONI

Here and Now

Sista Namely & The Islanders, Black Box Records 2019

Recensione di Luca Garau

C’è sempre stato un forte legame tra la Sardegna e il Reggae. Sarà il sole, l’essere isola, o più realisticamente quel continuo senso di identità incompleta e di costante precarietà, ma è ormai un dato di fatto che qui il reggae sia di casa.

E in quell’isola nell’isola che è il Medio Campidano, c’è un paese che vanta una lunga tradizione di dreadlocks, one drop e chitarre in levare: Serramanna, dal quale, tra gli altri, proviene Sista Namely, aka Valentina Steri. Attiva da anni con vari progetti che vanno dai live alla dancehall, ora invece nella veste di frontlady dei suoi Sista Namely and The Islanders, che recentemente hanno rilasciato il loro album d’esordio Here and Now.

Il disco, sapientemente prodotto da Antonio Papan’tò Leardi, inaugura il catalogo dell’etichetta Black Box Records.

Non c’è molto da girarci attorno: è un disco reggae a tutti gli effetti, fatto di chitarre brillanti, basso seduto e tastiere che ben mescolano acidità e dolcezza.

Non c’è nessuna velleità sperimentale, nessun tentativo di contaminazione o innovazione. Il rullante è ben stirato, vibraslap e wind chimes ci sono, le positive vibrations si percepiscono, nei testi e nell’aria. 

Il titolo stesso del disco, “Here and Now” rappresenta un manifesto: non tanto l’hic et nunc latino, quanto più il barricadero “qui e adesso”. Le canzoni hanno l’impatto dell’arringa, dell’invettiva: il singolo Positive e la traccia di apertura We don’t need ne sono un piacevole esempio nel solco dell’intramontabile “get up stand up!”

Può ritenersi riuscito il tentativo di deviare momentaneamente verso le sonorità anni 80, in voga in queste ultime estati, grazie ai synth egregiamente inseriti in “What a Sunday”, che complice la cassa dritta in quattro, strizza l’occhio alla dance.

Nel mezzo di questo ben confezionato esercizio di stile, chi spicca, discostandosi piacevolmente dall’ortodossia è lei: Sista Namely, la vera protagonista dell’album.

Il reggae le sta stretto, ancora non si sente ma si percepisce. Non c’è traccia del timbro panafricano che con Marcia Griffith, Etana e le altre regine del reggae, ha dettato legge nella scena.

La voce, il groove e la forte personalità di contemporanea Zion Lioness non meritano di rimanere rinchiusi nel perimetro del genere caraibico, ma dovrebbero ambire a maggiori spazi di libertà creativa: da Addis Abeba a Detroit, dalle spiagge antillane alle highway delle periferie. 

È il primo disco ed è un bene tracciare un here and now, ma l’aspirazione deve essere un più ampio there and after dove a fare da traino non sia tanto la rigidità dei canoni stilistici, quanto la forza e il carisma della voce di Valentina.

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