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Rufus Party

L'intervista alla band emiliana che ci racconta del legame che li unisce alla nostra bellissima isola

I Rufus Party e la Sardegna.

Un legame che sembra quasi un’attrazione fatale per questa band reggiana, sulla scena da diversi anni.

Scopriamone di più in questa intervista.

A parlare è Alle, [Alessandro Bertolotti, ndr.], cantante e bassista della band.

Intervista di Daniela Schirru

S.S.S: Come e quando è cominciata questa speciale relazione della band con l’Isola?

A: Direi che … è tutto merito di Daniele Mei!

Più di dieci anni fa, dopo una bella recensione su Rumore del nostro E.P. Hijacked To Fogville, ci chiese di inviargli una copia.

Da semplice fan, in nemmeno un mese si lanciò come tour manager e riuscì a impostare a tempo di record un minitour del Sarrabus.

Inutile dire che nacque in breve una grande amicizia e che Daniele è rimasto elemento chiave di tutte le successive sortite.

S.S.S.: Di quali anni stiamo parlando?

A: Era il 2006. Mi sembra fosse fine giugno.

Un periodo molto intenso per la band.

In febbraio avevamo fatto due date a New York, l’E.P. stava effettivamente piacendo e suonavamo davvero tanto.

In più da pochissimo avevamo cominciato la nostra collaborazione con l’Hammondista ferrarese Samuele Seghi. A ripensarci un periodo persino magico…

L’Italia aveva appena vinto i mondiali, Facebook non esisteva ancora ma dominava Myspace, che come veicolo promozionale per le band era a mio avviso più funzionale… poi arriva questa cosa inaspettata della Sardegna… praticamente la ciliegina sulla torta.

S.S.S.: Quel primo tour fu come ve l’aspettavate?

A: Sinceramente non avevamo idea di cosa aspettarci!

Qualcuno la Sardegna non l’aveva mai vista, altri ci erano stati da semplici turisti, però qui si trattava di macinare Km col nostro furgone per andare ad esibirci in posti che poi non erano nemmeno sulla costa, ma che comunque ospitavano grandi festival Jazz, tipo Narcao, dove facemmo la prima data, o Giba.

Alla fine suonammo comunque anche a Villasimius e a Porto Corallo, direttamente sulla spiaggia. Ogni data fu, a suo modo, memorabile, perché la risposta della gente fu oltremodo calorosa e in più facemmo un sacco di amicizie e si crearono legami che durano a distanza di anni.

Alla mattina si andava in spiaggia, al pomeriggio si caricava il furgone e montavamo il palco, la sera si suonava in contesti bellissimi, pieni di gente ricettiva.

Sembrava davvero tutto perfetto.

Se dovessi trovare un aggettivo su quel primo tour non potrei trovarne uno differente.

S.S.S.: E i successivi?  

A: Tornammo subito l’anno dopo e quello fu il tour massacrante.

5 date in 6 giorni, su è giù per l’Isola.

Ricordo che Dani ci preparò il plan per quattro concerti, esattamente come l’anno prima perché pensavamo a due giorni di relax.

Ma una volta lì la carica e la voglia di vederci in azione era tale che i gestori dei locali ci chiedevano di trovare comunque un buco per suonare anche da loro.

Fu così che suonammo infatti al Bar Paderi di Muravera e al Corto Maltese, direttamente sulla spiaggia del Poetto. Fantastico.

Le altre date in posti tipo Porto Pino e Sant’Antioco furono ugualmente speciali.

Solo che non ci fermavamo mai, facevamo orari impossibili e tutti che ci offrivano da bere… Faticoso ma indimenticabile.

Poi ci fu quella volta nel 2012, un periodo di stasi per la band, subito dopo l’uscita del disco With Us. Fu una storia più casuale, andammo in trio e suonammo una sola data in un piccolo locale di Muravera, in contesto acustico, due chitarre e un rullante, tutto prestato da amici.

Ricordo che fuori diluviava, era fine settembre, ma dentro si stava davvero bene, un contesto magico.

 Il nostro sound ripensato in maniera più intima e meno aggressiva.

Fu molto importante per noi.

Una sorta di nuova partenza, infatti una volta a casa riprendemmo a suonare parecchio, con maggiore fiducia in noi stessi, forse anche grazie a quel concertino.

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S.S.S.: E poi arrivano le date recenti di Maggio 2018. Come è stato tornare ancora una volta?

A: A questogiro le cose sono state incerte sino all’ultimo.

La voglia di tornare era moltissima, ma le condizioni erano differenti.

Non si era ancora aperta la stagione estiva, in più non avremmo avuto il nostro equipaggiamento, col furgone e tutto il resto.

Ecco perché, oltre al solito grandissimo Daniele e a Daniela di Sa Scena Sarda, dobbiamo ringraziare altre persone speciali, come Martina e Massimiliano di Dxstortion Booking, che si sono rivelate fondamentali per il noleggio strumenti e trovarci da dormire, oltre che da suonare!

Anche noi ci siamo sbattuti parecchio da casa per far quadrare tutto, in particolar modo Sam che ci teneva tantissimo.

Col senno di poi, visto come sono andate le cose, se avessimo rinunciato avremmo fatto una bella cazzata.

Sono state due date bellissime, al Red Rocks di Cagliari e di nuovo al Bar Paderi di Muravera.

Eravamo molto curiosi di vedere cosa sarebbe stato del nostro sound con tutti gli strumenti e il back line a noleggio.

Beh, devo orgogliosamente dire che non ne ha risentito affatto, era la stessa band di sempre, e forse per il fatto che ci piace sempre improvvisare e che ovviamente eravamo tornati in un posto nel quale adoriamo esibirci, credo che le due performance abbiano gratificato i Rufus di una passione speciale, diversa da ogni data che ci capita di fare nel continente.

Insomma eravamo in “Sardinia Mode”!

S.S.S.: Ci sembra di capire che la Sardegna sia in grado di influenzare in qualche modo persino la vostra musica… 

A: Assolutamente.

Del resto siamo tornati per celebrare la riedizione di Civilization & Wilderness che è un disco che potremmo dire “ha la Sardegna nel Dna”!

Infatti durante il primo tour il disco era in fase di gestazione, e non fosse stato per quel giro di concerti non avremmo potuto conoscere Antonello Romano, un grafico e fumettista dal talento smisurato che non solo ha curato la grafica di tutto il lavoro, ma ha anche creato il logo con lo scheletro canterino che ci accompagna da molti anni e con il quale la gente identifica la band.

Il disco fu anche prodotto dal cagliaritano Carlo Enrico Pinna (che ha curato grandissimi nomi tipo Capossela, Kings of Convenience, ecc.), ma lui lo conoscemmo proprio a casa nostra perché lavorava allo Studio Esagono di Rubiera (R.E.), quindi fu decisamente un segno del destino!

Negli anni sono poi nate delle canzoni grazie alle esperienze di quel giro di concerti, tipo Panic in Gairo (dal nome del “paese fantasma” dove una volta ci perdemmo) o Get it straight sucker, che scrivemmo dopo aver assistito a un concerto dei Fleshtones al Booze Party di Muravera, tra l’altro organizzato proprio da Antonello.

S.S.S.: Avete avuto modo di vedere in azione musicisti o band sarde, cosa ne pensate? 

A: Si, negli anni, sempre grazie a Daniele ed altri amici ci è capitato di ascoltare dischi oppure assistere a performances di gruppi molti validi, tipo Primochef del Cosmo, Sikitikis o Hangee V.

Di recente abbiamo diviso il palco con il bluesman Andrea Cubeddu, pure lui molto bravo.

In generale penso che i musicisti, i locali e persino gli spettatori che troviamo nel continente siano molto più distratti di quello che vediamo in Sardegna, forse perché c’è più offerta, ma a scapito della qualità, e parlo davvero di tutto il sistema.

Ma non lamentiamoci troppo, in fondo basta sbattersi un po’, sia per creare che ascoltare buona musica, o quanto meno roba suonata con passione.

Torniamo sempre lì! 

S.S.S: La domanda finale è scontata. Tornerete a suonare in Sardegna? 

A: Fosse per noi faremmo un tour all’anno.

Sicuramente sono spostamenti più complicati ed è difficile sia per la band che per gli organizzatori far quadrare tutto.

Però ne vale sempre la pena e credo di parlare per tutti se dico che ogni volta è una esperienza unica. C’è sicuramente un legame indissolubile tra i Rufus e la vostra splendida terra, che prima o poi ci fa sempre tornare…

Speriamo sia un “prima” che un “poi”!!

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