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Playlist

Salmo, 2018

Recensione di Giulia Pinna

A due anni di distanza da Hellvisback Salmo pubblica il suo nuovo e quinto lavoro, Playlist, uscito per Sony Music.

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Racconti di un'Italia persa e consumista

Il disco parte con 90 minuti. Sonorità elettroniche e versi scelti per cantare di un’Italia che è ormai di moda descrivere in un’ottica qualunquista, di valori sterili, in cui non c’è lavoro ma in cui il consumismo è dilagante, di subumani. L’Italia di “razzisti che ascoltano hip-hop/qualcosa non torna”, che demarca una certa diffusa incoerenza.

Salmo sceglie di proseguire così anche in Stai Zitto, featuring con Fabri Fibra. Alternanza cassa e rullante ‘bum cha’ tipica degli anni novanta che prende le distanze dall’attuale successo della scena musicale trap. Ma è anche un modo per affrontarlo con ironia: ‘’senza offesa, anche a me piace la trap, poi a diciott’anni mica scopi se ascolti gli Slayer’’.

Seguono due pezzi simbiotici. Ricchi e morti che farà da intro al feat. con Nitro in Dispovery Channel.  Beat elettronico e l’accento iniziale che è sempre posto sul Belpaese estremamente consumista, superficiale e che pensa solo al possedere e al denaro. Porta per varcare ricordi e consuetudini, probabilmente anche autobiografiche, della condizione opposta, quella della povertà.

Sulla quinta traccia un’altra collaborazione, quella con Sfera Ebbasta, in cui possiamo sentire un Salmo in autotune, scelta forse discutibile, sebbene coerente con la tematica del pezzo. L’impressione è che qui sia protagonista la figura dell’artista costretto a convivere con un ambiente ostile, mutevole.  Liquido al punto da richiedere abilità camaleontiche mentre si porta appresso un fervore che -per fortuna probabilmente- può restare acceso solo stando ad un passo dal raggiungere la sensazione di arrivo.  Infatti, che tu abbia talento o meno, non ha importanza, “sei in Italia”, non c’è merito, e spesso nemmeno soddisfazione. ”Il talento è un carcere a vita/una bella tipa sì, ma senza la fica”, tuttavia “trova ciò che ami e lascia che ti uccida”, canta Salmo nella sua strofa. E sono curiosi i versi di Sfera Ebbasta, leggibili nell’ottica di questa scelta del contaminarsi del  nuovo “quando entro, spacco, esco, ciao”.

Aumentano i bpm su Ho paura di uscire. Frivolezze, ma anche turbamento e stati d’animo inquieti che derivano dall’esser persi in un mondo che è una giungla, in cui si è facilmente vulnerabili. Si rimanda un po’ all’immagine dell’hikikomori.

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foto di Roberto Graziano Moro

Una boccata di aria fresca con Lunedì

E si rallenta ancora. Ed è una decelerazione che non lascia indifferenti. Il feat. stavolta vede coinvolto Coez in Sparare alla luna. Un mix di rap e ritornelli, cantati, stavolta anche dallo stesso Salmo. La scelta è prettamente metaforica e visionaria, cinematografica direi. Sembra andare su una sequela d’immagini belle vivide piuttosto che sull’effetto della parola.

I toni si fanno più cupi. Rime ancora sull’attualità, tra cui una non troppo felice che utilizzerà l’immagine di Asia Argento. Chitarre distorte sul ritornello e a questo punto si accetta il fatto di aver intrapreso un ascolto a tratti schizofrenico. Soprattutto quando parte sulla nona traccia “Il cielo in una stanza”. Senti già dalle prime battute che il sentimento fonte d’ispirazione è quello dell’amore, supportato da una possibile esigenza di una penna più intimistica. Purtroppo poi giungeranno versi come “dopo scopiamo tu vieni sei volte, cazzo diranno i vicini di me?”,  che potrebbero un attimo lasciare turbati mentre ci si gode il momento scelto per la lirica. Il brano sceglie di chiudersi citando “La canzone che ho scritto per te” dei Marlene Kuntz con Skin. E aumenta subito l’aggressività con Tié, poco più di un minuto con Salmo alla batteria.

Ritornano le tematiche iniziali. Critica sociale, ricchezze ostentate, voglia di dire la propria e si ascoltano morbose ripetizioni di frasi come “Ora che fai” e “Perdonami”, che danno anche il nome ai due pezzi che portano su una traccia finale che sa di inizio. Si tratta di Lunedì, sarà per questo che si arriva un po’ stanchi. Ma è una boccata d’aria fresca. Termina il viaggio, e l’atmosfera delirante lascia spazio a quella del reale. Le parole suonano autentiche, son percepibili e tangibili, così come lo stato d’animo inquieto probabilmente vissuto durante la stesura del testo. Trentotto minuti e diciassette. Stop. Un secondo in apnea, poi un respiro. Una chiusura che anticipa magistralmente il silenzio.

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