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LIVE REPORT

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Christmas Stay, Cueva Rock

Il nostro racconto della serata del 28 dicembre 2018 di Here I Stay

Di Simone La Croce

Appuntamento ormai atteso e consolidato, è andato in scena anche quest’anno alla Cueva Rock il Christmas Stay, degna parentesi invernale del più partecipato festival estivo, che conferma l’attenzione che organizzatori e pubblico mostrano nei confronti delle più recenti evoluzioni alternative internazionali. I primi ribadiscono l’approccio dell’Here I Stay festival, ovvero scelte mirate a creare una line up variegata ma in qualche modo coerente, con quattro band molto diverse fra loro e un filo conduttore mai scontato. I secondi dimostrando fiducia cieca, consolidatasi nel tempo grazie a eventi difficilmente deludenti.

Si inizia quasi puntuali - prima di tante note positive della serata - e aprono gli unici locals in cartellone, i Lazybones Flame Kids da Sassari, oggettivamente una tra le migliori band in attività nell’isola. In schieramento da plotone di esecuzione con tre chitarre, una in più rispetto alla formazione solita, sfoderano un wall of sound degno del migliore shoegaze che, pezzo dopo pezzo, cresce e impatta compatto su un pubblico purtroppo ancora poco numeroso. L’effetto è comunque devastante. I nuovi pezzi hanno una carica diversa dai precedenti: dall’intimismo più delicato, che coglieva a piene mani da American Football e The Van Pelt, si è passati a cavalcate chitarristiche degne dei Mogwai di Young Team. Il concerto è potente, l’esibizione sincera e la forza del suono è genuina. Il pubblico apprezza senza troppo pudore. I ragazzi, che ci tengono e si sente, ringraziano emozionati. Concerto riuscito.

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Lazybone Flame Kids, foto Emiliano Cocco

Cacao e Circo Paniko

Qualche minuto di DJ set e salgono sul palco i Cacao, duo romagnolo chitarra-basso con un unico album all’attivo dal 2016. Partono in sordina senza dare grossi punti di riferimento poi il basso detta quella che sarà la linea dell’esibizione: ritmiche serratissime, con una fluidità e una precisione disarmanti. La chitarra disturba, spezza e frammenta la continuità ma il suono del gruppo si plasma, il pubblico ondeggia e l’esibizione fluisce. Il risultato è una sorta di techno suonata con ottima tecnica e ricerca nei suoni, nella cui amalgama trovano spazio intervalli tex-mex, suoni caraibici e tanta tanta psichedelia, uno dei veri fili conduttori della serata.

Nell’intervallo Lullo Mosso del Circo Paniko. A colpi di scat, con una loop station e il suo contrabbasso elettrico - ribattezzato Mototrabasso - reclamizza la presenza della carovana circense al Parco di Molentargius di Cagliari, strappando applausi e sorrisi al pubblico.

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Cacao, foto Emiliano Cocco

Trans Upper Egypt

I Trans Upper Egypt a seguire propongono invece un kraut rock, melodico e poco spigoloso, che fa volentieri a meno della chitarra, spingendo invece tanto sulla parte ritmica, nella quale, anche in questo caso, il basso di Bob Junior fa da protagonista. Esecuzioni senza soluzioni di continuità e linee di ispirazione dub creano un effetto ipnotico che fa dondolare le teste e andare le gambe. Nonostante il cantato monòtono che prende a piene mani dal lascito di Ian Curtis e il synth di Leo Non, che dovrebbe lasciar presagire orizzonti teutonici e prettamente occidentali, il post punk proposto si trascina invece, con delicatezza e rispetto, verso dilatazioni lisergiche di stampo afro. Tutto, anche in questo caso, ampiamente gradito dagli astanti.

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Trans Upper Egypt, foto di Emiliano Cocco

L'Eclair

Chiudono i live gli L’Eclair, sestetto svizzero che si presenta sul palco con bonghi, maracas e percussioni varie, chiaro presagio della direzione del concerto. Synth e chitarra intrecciano i tappeti sonori su cui poggiano i lunghi brani e, anche in questo caso, i ritmi sono ossessivi e tribali. Si oscilla dal tropicalismo all’afro beat, con tocchi di reggae e, anche qui, psichedelia in abbondanza, a tratti accademica e forse scontata. Ma la ricetta è collaudata, la serata ha progressivamente virato verso questi mood e, a giudicare dalla risposta del pubblico, forse non poteva esserci epilogo più appropriato. I tradizionalisti hanno preferito l’aria frizzante del cortile esterno mentre chi ha colto il flusso della dancehall ha affollato la sala, ballato per tutta l’esibizione e proseguito durante il DJ set.

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L'eclair, foto di emiliano Cocco

Lunga vita al Christmas Stay!

Durante i concerti il pubblico è continuato ad arrivare con costanza. Alla fine la sala è stracolma, le facce sono appagate e distese, l’atmosfera è serena. Il Christmas Stay continua ad affermarsi e confermarsi appuntamento imprescindibile nel calendario musicale cagliaritano e non solo. Sacchetti di mandarini e vassoi di panettone fanno ormai parte della coreografia, il pubblico continua a estendersi ma in fondo non è che una grande famiglia inclusiva che si allarga dai tempi dello Sleepwalkers.

È stata una serata di apertura, variegata nell’offerta e esigente nella qualità. La scaletta ha permesso di non rinunciare né al rock né al ballo, cosa rara di questi tempi e agevolata senza dubbio dalla rilevanza data a bassi e percussioni all’interno delle band che si sono esibite. Ed è stato anche curioso constatare che nel 2018, a più di cinquant’anni dalla Summer of Love, con la trap che fa incetta di consensi, si senta ancora bisogno di psichedelia e il pubblico apprezzi i ritmi tropicali. Un peccato che i Lazybones Flame Kids, probabilmente pezzo veramente forte della serata, abbiano suonato in apertura con poco pubblico, ma questo non toglie niente al festival e ai ragazzi di Here I Stay, dei quali ci si può fidare ormai ciecamente quando si tratta di scegliere un concerto in città

Tutte le foto sono di proprietà dell'autore.

Tutte le foto sono di proprietà dell'autore.

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