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Piero Marras

Quattro chiacchiere a Radio Arcobaleno tra Sara Boi e Piero Marras

Piero Marras presenta il suo ultimo progetto Storie Liberate.

Piero Marras ha presentato ai microfoni di Radio Arcobaleno il suo nuovo progetto artistico letterario, Storie Liberate, un album che nasce dal recupero di documenti provenienti dagli archivi delle amministrazioni penitenziarie della Sardegna, in particolare le lettere inviate dai detenuti ai propri cari e mai recapitate. Il progetto comprende due CD con 17 canzoni inedite e due volumi, firmati da Vittorio Gazale, che raccontano com’è nata l’idea. Due parti, una in sardo e una in italiano che permettono di dar voce a importanti testimonianze che nel tempo sono state oggetto di censura. Per la realizzazione del progetto il cantautore barbaricino ha visitato quei luoghi e lì ha potuto cogliere i segni di giornate interminabili, monotone passate all’interno di celle piccole e anguste. Racconta di aver quasi sentito le presenze dei detenuti, come se i loro pensieri aleggiassero ancora tra quelle mura. In questa intervista racconta dei suoi esordi e di come sia riuscito a tradurre in musica queste testimonianze nel suo ultimo lavoro discografico.

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Partiamo dagli esordi: la tua carriera musicale nasce a Nuoro dove inizi con diversi gruppi locali, poi ti trasferisci a Cagliari. Come mai?

Mi sono dovuto trasferire per frequentare il liceo.  Lì ho avuto la possibilità di entrare a far parte de I Nobili. Li ho conosciuti per caso: una sera, in Piazza Giovanni, ho sentito qualcuno che accordava una chitarra elettrica. Mi sono avvicinato e mi sono fermato ad ascoltare un gruppo che provava. Si sono accorti di me e mi hanno chiesto se avevo qualche suggerimento. Ho proposto di fare la terza voce e da lì è nata la collaborazione.

Dopodiché hai fondato gli Yamaha?

Sì, gli Yamaha hanno avuto un certo successo. Abbiamo prodotto un disco per l’estate. Con loro ho composto Avevo in mente Elisa, un brano trasmesso nel programma di Renzo Arbore, Alto Gradimento.

Poi sei entrato a far parte del gruppo 2001 e nel 1974 hai intrapreso la carriera da solista?

Sì, con loro ho registrato tre LP come tastierista. Abbandonarli è stato traumatico perché cantare in un gruppo è diverso dal cantare da solo di fronte a tante persone. Il gruppo serve a tanto, anche a coprirti.

Durante i primi anni da solista ricordo di aver firmato un contratto con una casa discografica di Napoli gestita dal grande Aurelio Fierro e nel 1973 ho avuto modo di incidere il mio primo album Plancton. Ai provini portai un pezzo che parlava del rapporto tra gli anziani e i propri figli. Il brano si intitolava Il nonno. Venne presentato a Sanremo, ma non fu scelto dalla commissione perché ritenuto troppo triste.

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I tuoi primi album sono in italiano. Come mai successivamente hai scelto di scrivere in lingua sarda?

Ho fatto questa scelta dopo il terzo album. Volevo “vendicarmi” del fatto che a casa mia non si parlasse il sardo. Anche le scelte fatte nel primo LP, Abbardente, non sono state casuali.

Mi ha incuriosito il cambio netto di sonorità che c’è stato negli ultimi album degli anni ‘80. Cosa è cambiato?

Cambia tutto, il modo di scrivere, comporre e arrangiare. Non solo si evolve la musica, ma anche gli strumenti. Ricordo la prima volta che ho utilizzato una tastiera Yamaha, faceva tutto da sola. Mi ha cambiato il mondo!

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Parliamo del tuo ultimo album Storie Liberate, una parte in italiano e una in sardo.

L’album nasce da una ricerca condotta nell’archivio delle carceri sarde dal 1900 a oggi. Due amici hanno ritrovato, per caso, alcune lettere inviate dai detenuti ai propri cari e le hanno pubblicate. Poi hanno pensato di coinvolgere me: secondo loro avrei potuto scrivere qualcosa e così ho fatto.

Sono rimasto molto colpita dalle tematiche di Deo Vincente. Ci potresti dire qualcosa di più a riguardo?

Sì, racconta l’ergastolo stativo, una pena di morte lenta. Il Deo Vincente di cui parlo è un richiamo a quei valori che oggi non ci sono più. Mi ha fatto pensare al grande problema dell’immigrazione, quindi trovo che il brano sia molto in sintonia con quello che stiamo vivendo.

Cosa comporta dover scrivere un brano in lingua sarda, specie partendo da contenuti in lingua italiana?

Sicuramente cambia un po’ la suggestione. Uno dei brani che mi emozionano di più è Unu frore che a tie. Racconta la storia di una ragazza di Piscinas e del suo fidanzato detenuto. In carcere è stata ritrovata una lettera con dentro due foglie di basilico. C’era scritto: "Odorale tu che le odoro anche io”.  L’ho trovata di una tenerezza incredibile e non ho capito come mai non l’hanno mai consegnata all’interessato. Dopo averla letta ho pensato che la musica potesse cambiare la storia: lui legge la lettera e dedica a lei la canzone.

I familiari dei detenuti ti hanno contattato?

In realtà non mi sono interessato di questo. Sicuramente molti detenuti non ci sono più perché i documenti partono dai primi del ‘900.

Dalle nuove generazioni si può sperare che emerga qualche cantautore che si avvicini alla lingua sarda che difficilmente viene scelta dagli artisti.

Per quanto riguarda la lingua il problema è a monte! Dobbiamo avvicinarci alla cultura e alla storia sarda. Oggi stiamo ignorando molto questo aspetto. Prima sentivamo molto di più l’appartenenza alla Sardegna come se non facesse parte dell’Italia. Oggi, invece, il concetto di identità si sta perdendo.

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