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DELIRIO - RECENSIONI

I Don't Wanna Be a Star

TotalKrieg, Autoproduzione 2019

Recensione di Marco Cherchi

C’è chi, nel 2020, all’uscita dell’ennesimo album hardcore melodico, storcerebbe il naso per l’anacronistico tentativo di ravvivare una scena ritenuta ormai alla frutta. E ci sarebbe da dargli ragione se ci si riducesse ancora a prendere le misure col metro dei recenti Green Day, senza riuscire a lanciare il cuore (o, ancor prima, l’orecchio) oltre l’ostacolo e scoprire che ad ascoltare gli ultimi lavori di gente come Propagandhi (Victory Lap, 2019), Pennywise (Never Gonna die, 2019), ma anche Bad Religion con il non lontanissimo Age of Unreason, il livello è ancora piuttosto alto.

E c’è chi invece, come i Total Krieg, di questa perseveranza ne ha fatto virtù, condensando in 8 tracce tutto il furore di un’adolescenza spesa a Cagliari a pane e NOFX, in un periodo storico in cui il capoluogo di provincia avrebbe cambiato progressivamente abito per somigliare sempre più a una piccola California.

Parliamo di un disco, I don’t want to be a star, che  già alle prime battute ci geolocalizza col pensiero sulla East Bay coast e con il cuore ci rimanda ai vecchi dischi dei No Use For a Name, alle compilation Epitaph, alle logore Vans e al longboard impolverato in garage.

Nel loro primo EP partorito al sole del lungomare cittadino, Luigi Abis e soci danno sfoggio a tutto il campionario della formula per il successo: furia ritmica in HD, melodia e sound tanto semplici quanto immediati (I wanna fly tra tutte ne è l’emblema), il tutto senza rinunciare all’anima più punk che nei testi rifugge dai riflettori del mainstream, da cui il titolo in copertina. 

L’amalgama dei componenti è la costante di un disco che scorre solido e dinamico, ma è la prova vocale di Abis ad emergere oltre i canoni, tessendo la melodia con una pronuncia inglese impeccabile e un timbro che nelle note più basse ricorda, non poco, il compianto Tony Sly, riconosciuto urbi et orbi come una delle voci più calde della scena.

Quello che ne deriva è un primo lavoro dal respiro internazionale, convincente sotto tutti i punti di vista. La sensazione alla fine dei 22 minuti è di lasciare una stanza in cui si è trovato tutto esattamente al posto giusto: Il songwriting risulta maturo nella costruzione dei pezzi e ancor più nel ricco utilizzo degli accenti classici del genere, gang vocals, stop’n’go e, soprattutto, la combo assolo più chorus in chiusura di traccia che è pura intimidazione all’air guitar.

Che ci sia poco o nulla da inventare in un genere che si ripropone con gli stessi pattern da ormai tre decenni è un dato di fatto. Ma perchè farlo quando nel 2020, album ridotti ai minimi termini, fatti nient’altro che da chitarra, basso, batteria, arrivano ancora così dritti e immediati?

Ben vengano, per cui, forze fresche da buttare nella mischia e nella nicchia, nella convinzione che a far le cose semplici seguendo le orme dei big non la si sbaglia (quasi) mai e, da questo punto di vista, i Total Krieg dimostrano di essere perfettamente a loro agio nel maneggiare gli strumenti di un vecchio quanto nobile mestiere.

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