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RECENSIONI

Haywire Desire

Haywire Desire, Autoproduzione 2019

Recensione di Simone La Croce

Questo primo omonimo album degli Haywire Desire è qualcosa di più dell’ennesimo buon lavoro garage, ambito nel quale i musicisti isolani si confermano ancora una volta maestri.

Il neonato progetto di Yaprak Kirdok e soci offre una prospettiva non certo nuova ma comunque alternativa al background in cui è cresciuta, nella quale il surf fa a pugni con il post-punk, i The Seed incontrano le Savages e l’aggressività mostra senza vergogna le proprie ambizioni art-rock.

Alienazione e irruenza, estetica e insofferenza delineano un quadro rozzo e sofisticato allo stesso tempo, fatto di fuzz, acidità, poca psichedelia e tanta concretezza.

Non un disco adrenalinico, sparato a mille all’ora, ma nove tracce ben calibrate, nei suoni e nella tracklist, che alterna momenti di furia cieca a intervalli catartici, secondo il grande insegnamento dei meteorici Music Machine.

Non è certamente un caso la riproposizione, in chiusura, di Talk Talk, pezzo del loro debutto nel ‘66, manifesto inconsapevole di quello che di lì a poco avrebbe ridefinito l’idea stessa di garage e che, con il senno di poi, avrebbe preso l’etichetta di proto punk, del quale gli Haywire Desire si fanno, oggi, assolutamente degni portabandiera.

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