A gut feeling Cover- The Rippers- Slovenly Records- 2017

A gut feeling

The Rippers, Slovenly Records 2017

Recensione di Daniele Mei

Penso non sia un’eresia dire che il  gruppo rock più rappresentativo della Sardegna nel mondo siano loro.

Si, questi quattro squartatori di tutto quello che passa nei loro dintorni.

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Ricordo

solo qualche anno fa a un loro concerto, rimasi sordo per quattro giorni, ma non potevo andarmene, tanto era la potenza catartica di questo rock tirato all’inverosimile e che non lascia scampo, ero forse l’unico che aveva resistito così tanto nei dintorni del palco, in quel ristretto parallelepipedo non pensato per la musica. Come se fossi l’unica preda che questi maniaci erano riusciti a prendere. Il resto degli astanti si teneva a debita distanza e guardava il sacrificio delle mie membra da parte dei quattro come se si fosse in un’arena con i leoni che sbranano l’eroe che non ce l’ha fatta, tra birre e flute di millesimato, tra risate di stupore e d’incredulità.

Ogni tanto qualche braccio provava a salvarmi, ma il piacere che provavo nel mio sacrificio era più forte e l’abbandono all’aggressione sonora inevitabile.

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Il disco dell’anno

Le chitarre taglienti di Ripper I e II, il muoversi sul palco come ossessi, l’armonica che attraversa parti del cervello inesplorate mi stavano segnando. E quei ritmi: il basso crudo, pulsante, definito di Ripper III e la batteria di IV che rulla tutto come fosse nero asfalto caldo, facevano il resto. 

A Gut Feeling non ha spostato di tanto la depravazione dei quattro. Il loro quinto album in studio e il terzo per il pilastro americano del garage rock Slovenly Records cattura con una freschezza che è cosa rara per una band che è in giro dal 2001. 

A lot of time, Piece of My Heart, ti inseriscono di prepotenza in questi ‘60 punk rock blues iper accelerati: Sonics, Yardbirds, Them, ma anche Cynics, Oblivians, Morlocks, Detroit Cobras. Pain ti picchia in testa come un motore scassato che s’intestardisce e continua ad incedere. Se Shiny and Brown è uno scanzonato calcio nel culo, la cattiveria è totale in One Care dove l’armonica è qualcosa di memorabile e fuori dal tempo, il giro di basso fulminante: capolavoro!

It’s gone, poi l’epica cavalcata So Loud. Adoro il basso molleggiante di Stop to drive me mad, altra chicca notevole, che fa pendant con Don’t get along e con la schiacciante She told me later . Chiude il discorso Scream, degna conclusione di un lavoro che è il mio preferito del gruppo. 

Non ve lo nascondo, sarà anche il mio disco dell’anno. 

 

Vai alla pagina testi e ascolta A gut feeling su Spotify.

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