Francesco Piu, la nostra intervista

Il grande chitarrista di Osilo si racconta a Sa Scena Sarda

Intervista di Daniele Mei

Un ragazzo di Osilo che decide di imbracciare la chitarra e girare il mondo. Il mestiere del musicista, quindi, non è qualcosa d’impossibile.

Se uno è determinato e crede in quello che fa forse niente è impossibile. Tantomeno il lavoro del musicista, che comunque è un lavoro duro, che prevede cadute e risalite. 

Per fare il musicista c’è bisogno di tanta positività e ottimismo. Discese e cadute fanno parte del gioco, vanno prese tutte come esperienza di un percorso, di una gavetta che non finisce mai.

Che cosa ha fatto scattare la molla che ha fatto di te un musicista professionista?

Ad un certo punto della mia vita facevo diverse cose. La cosa che mi faceva star meglio era però suonare. Per il mio modo di essere e di agire spalmare le energie su diverse cose e non farle al completo non mi aiuta a raggiungere gli obbiettivi, perciò ho deciso di dedicarmi completamente alla musica, di buttarmi al motto di "si vive una volta sola". Questo mi ha portato a crescere tantissimo sia dal punto di vista musicale sia da quello umano. 

Beh, naturalmente se non avessi avuto una famiglia ad aiutarmi ed a supportarmi nelle scelte sarebbe sato tutto molto più difficile.

 
francesco piu - michele secchi - sa scena sarda
foto di Michele Secchi

Il tuo strumento è la chitarra. Parlaci un po’  di come hai iniziato i tuoi studi, la tua tecnica, quali strumenti usi a seconda dei casi.

Ho iniziato che avevo circa dieci anni. Una chitarra classica con cui facevo perlopiù canzoni italiane di BattistiBennato e altri. In casa avevo poi già mio padre, che suonava chitarra e anche basso, e mio fratello. Poi alcuni parenti, mio zio Lelle e mio cugino Marco su tutti che mi hanno influenzato e dato suggerimenti preziosi.

Pian piano, da ragazzino, rubavo trucchetti di qua e di là poi cercavo di riprodurre gli assoli dei gruppi rock. Ricordo il periodo, dove per imparare un passaggio, dovevi mandare indietro le cassette più volte.

Nasco come chitarrista elettrico, data la mia passione per il rock. Dopo un percorso in diversi gruppi elettrici ho fatto un periodo da one man band scoprendo la chitarra acustica che mi ha dato tante soddisfazioni.
Ora, anche suonando in band come quartetto e quintetto, prediligo l’acustica, anche se ogni tanto, secondo la situazione, utilizzo anche l’elettrica.

francesco piu - michele secchi - sa scena sarda
foto di Cristophe Losberger

Come definisci, quindi, la tua musica? Sempre che definirla sia necessario. Ti si accomuna con il mondo blues ma effettivamente, come leggo in una vecchia recensione, la tua musica parte più dal funky soul di Sly and The Family Stone che dal blues radicale di Robert Johnson. Naturalmente son cosciente che tutto nasce sempre dalle parti di Johnson.

In realtà più che la mia musica è quello che ho assorbito negli anni. È quindi un mix di generi. La corrente principale comunque, il sapore forte, è sicuramente il blues. Le varie spezie invece sono tutte le influenze che alla fine hanno creato il mio lato umano e artistico. Soul, rock, funk son tutti parenti stretti del blues.

Quindi mi piace miscelare il tutto e, partendo dal blues, ogni brano prende delle sfumature diverse che possono abbracciare diversi generi.

Raccontaci un po’ le tue esperienze negli Usa. Andare e vivere i luoghi dove queste musiche sono nate ha un’importanza solo turistica o ricevi un qualcosa che diversamente non ti arriverebbe?

Andare negli Stati Uniti mi ha fatto maturare come musicista ma soprattutto è il mio approccio alla musica che è cresciuto. Rispetto all’Italia esiste una voglia di far festa e una voglia di condivisione diversa. Non che non esista la competizione, ma è più sana, segue l’obiettivo comune di far divertire il pubblico e di divertirsi. Inoltre si esprimono le emozioni sia positive sia più malinconiche e la condivisione di queste è un aspetto fondamentale nel live.

Ho anche avuto l’occasione di esibirmi nei luoghi del blues, nei pressi del Mississippi, per platee afroamericane, ed è stata una bella sfida. È stato bello vedere l’apprezzamento e la curiosità per chi suona la loro musica ma viene dall’altra parte del mondo. È stato un bellissimo gesto di apertura che ho vissuto nei miei confronti.

Sono nato a Narcao, quindi, sapendo del tuo legame con il Narcao Blues, volevo chiederti cosa è per te Narcao e Narcao Blues.

Narcao è un punto di svolta. Per me e la mia vita un passaggio fondamentale. Narcao Blues è stato il momento dove ho capito che potevo stare anche su palchi più importanti rispetto al bar di paese dove avevo sempre suonato. Da quel momento ho iniziato ad avere consapevolezza che dovevo lavorare a un livello più alto, più professionale. 

Possiamo tranquillamente dire che Narcao è il mio crocicchio, il mio Crossroads. È poi un ambiente ormai familiare, lo sento come parte di me. Gli organizzatori mi trattano come un fratello, anzi un figlio. Mi sento, anzi sono, una loro creatura, perché senza di loro non sarei forse dove sono ora. Quindi non smetterò mai di ringraziare Narcao e il Narcao Blues Festival.

Peace and Groove è davvero un bel disco. Piacevole, unisce l’immediatezza alla freschezza. Un groove che ti mette in pace, ti stampa un sorriso in faccia e ti fa muovere, cantare e battere le mani. Raccontaci il tuo disco, le registrazioni (davvero un’ottima produzione), la band, Salvatore Niffoi.

Con Peace and Groove ho voluto rendere il concetto di groove che è un fondamento della mia attività live. Punto molto al ritmo, a far ballare, a far battere le mani e a coinvolgere. Il mio intento è appunto condividere un sentimento, un augurio di pace. E il groove è quel brio positivo che rende la monotonia della pace movimentata e gradevole. 

Dopo il primo periodo della mia carriera che ero per di più in solo, con Peace and Groove ho voluto condividere quest’avventura e ho coinvolto degli amici musicisti. È nata quindi la Peace and Groove Band che vede la partecipazione al mio progetto di persone che hanno preso parte al mio percorso. Apporto fondamentale l’ha dato ad esempio Attilio Lombardo che ha creato i suoni, Gavino Riva, che ha curato tutti i cori. Senza  escludere nessuno, a partire dai compagni di tour più assidui come Gianfranco Marongiu, Gianmario Solinas e Max Tempia. Aggiungo poi naturalmente Giovanni Gaias che, anche se nel disco ha suonato solo le percussioni è costantemente in tour con me.

Parliamo appunto di Giovanni Gaias. Vedendo alcuni video dei live avete un tiro e un amalgama davvero eccezionale.

Giovanni è un bellissimo talento della nostra terra. Ha solo ventidue anni ma viene in giro a suonare con me da quando ne aveva diciassette. Con Lui mi trovo benissimo perché ha un modo di portare groove, energia ed entusiasmo sul palco che sposo a pieno. Non è un semplice accompagnamento ma un vero e proprio valore aggiunto, appunto, in termini di groove, e soprattutto, entusiasmo e sorrisi che secondo me sono cose fondamentali sul palco quando si fa musica.

Good Vibrations?

Good Vibrations è un’associazione culturale che abbiamo deciso di creare con degli amici per far girare un certo tipo di musica in Sardegna. Abbiamo iniziato collaborando col Baretto di Porto Ferro per il Blue Sunset Festival. Io naturalmente nei miei ritagli di tempo dati i miei impegni musicali. 

Siamo contenti perché siamo riusciti a portare tanti pezzi importanti della black music nazionale e non solo. Abbiamo avuto anche degli americani che passavano dall’Italia in quel periodo. Il bello è stato far collaborare con questi artisti anche i nostri musicisti sardi. Alcune di queste collaborazioni durano ancora e per noi è motivo d’orgoglio. Una soddisfazione perché conosciamo i difetti dell’insularità che ci taglia fuori da diverse dinamiche che legano i musicisti che stanno nelle grosse città.

Good Vibrations è quindi il voler dare delle buone vibrazioni e devo dire che stanno venendo fuori delle piccole grandi cose. Si è creato del movimento anche in situazioni piccole che non sono i festival nati per questo e che lo fanno da tanti anni. Situazioni che però portano la musica in realtà come Porto Ferro che avvicinano anche alla natura e alla bellezza che abbiamo noi qua sull'isola. Abbiamo quindi, con questi scambi, alimentato queste vibrazioni che stanno ancora continuando. E questo non può che far bene alla musica e allo spirito per il quale è nata questa associazione.

Vedevo l’altra mattina un film bellissimo sul Muscle Shoals Sound. Si parlava dell’energia che un determinato luogo ridona sotto forma di musica creando quelle alchimie che fanno nascere i capolavori, creando la leggenda. In questo periodo la Sardegna sforna artisti di valore come se niente fosse. Che mi dici di questa mia teoria che ci sia un’energia particolare in questo determinato periodo nell’isola e che ci sia una prolificità e una qualità davvero alta?

Mi fa piacere che citi Muscle Shoals, dove sono stato e ho visitato i famosi Fame Studios. Per la Sardegna è sicuramente un periodo molto prolifico. Artisti come Don Leone che a gennaio hanno rappresentato l’Italia all’International Blues Challenge a Memphis e a brevissimo saranno in Norvegia per l’European Blues Challenge.

Parliamo poi di Irene Loche, Marco Farris e i Bad Blues Quartet. Citiamo sicuramente un senatore come Vittorio Pitzalis che ha fatto un bellissimo disco. Non dimentichiamo due esponenti del blues made in Barbagia, River of Gennargentu e Andrea Cubeddu che portano un blues che si rifà alle sonorità del Mississippi country hill. Ci sono poi i King Howl, capitanati da Diego Pani, più rock ma venato in modo autorevole di blues. Anche loro vagano spesso per l’Europa. C’è quindi molta varietà ed è una cosa molto bella. È una sorta di seme che è diventato frutto, seminato negli anni dai vari festival come, appunto, in primis Narcao Blues, poi il Mama Blues di Nureci e l’Aglientu Blues.Tutte realtà che hanno creato interesse e di conseguenza appassionati. Alcuni di questi sono poi diventati musicisti. 

Chi ha creato questi festival deve essere orgoglioso di questa scena sarda che ora dice la sua anche in campo internazionale.

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