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RECENSIONI

Quercia - Di tutte le cose che abbiamo perso e perderemo - 2019 - recensione - Sa Scena Sarda - Simone La Croce

Di tutte le cose che abbiamo perso e perderemo

Quercia, Autoprodotto 2019

Recensione di Simone La Croce

Interrogarsi sul senso della perdita è una faccenda seria, qualcosa su cui non ci si pone mai abbastanza domande. Accade quotidianamente, e spesso in modo subdolo, con le chiavi di casa, la ragione, la dignità, la libertà, le persone importanti.

Alcune di queste spariscono per non ripresentarsi, altre sembrano esserci sempre ma in realtà non torneranno mai. A volte ciò che si è perso e ciò che non c’è più si confondono fino a farcene dimenticare.

E spesso è proprio la privazione a rivelare in qualche modo l’esistenza di qualcosa di talmente importante da sentirla muoversi dentro nel momento stesso in cui capisci di non averla con te. Mostrando come la perdita possa farsi opportunità e la mancanza presenza.

Di tutte le cose che abbiamo perso e perderemo prova a parlare di un po’ tutto questo marasma viscerale.

Racconta di muri tra le persone, muri da scalare, parla di fallimento, di occasioni mancate e dell’illusione di libertà. Canta dei ricordi, degli errori, del possesso e dei rimpianti.

Ma si rivela anche capace di raccontare implicitamente la resistenza, la lotta e la rinascita. Una marcata dicotomia emotiva che trova degna rappresentazione nell’alternanza di violenza screamo e carezze melodiche, sfuriate emocore e delicatezze post-rock.

Rifiuto, rabbia e depressione virano, a volte con discrezione a volte inaspettatamente, verso tristezza, accettazione e speranza, quasi a chiudere quel ciclo del lutto con cui chiunque è chiamato prima o poi a fare i conti. Che piaccia oppure no.

Si ha l’impressione che con questo disco i Quercia abbiano voluto sbattere in faccia all’ascoltatore questo fagotto di questioni irrisolte con le quali avrebbe volentieri evitato di avere a che fare, chiedendogli di scegliere se non ascoltare mai più il disco o farlo fino allo sfinimento. Se continuare a ignorarle o dare, a esse e a se stessi, una possibilità.

Dopo il confusionario e poco incisivo esordio con l’EP del 2016, “Non è vero che non ho più l’età”, i cinque ragazzi sulcitani devono essersi guardati in faccia e aver deciso di fare le cose per bene, con obiettivi sinceri e condivisi, mettendo sul tavolo molto di più di qualche melodia e qualche ritornello strappa cori.

I brani a volte non si susseguono con coerenza e il disco non è compatto come ci si aspetterebbe da un concept di questo tipo. L’apporto dei singoli in alcuni passaggi emerge forse in modo ancora troppo slegato e ogni tanto fanno capolino certe derive crossover di stampo nineties che interrompono la fluidità del lavoro.

Ma dimostrano di saper portare avanti la gloriosa tradizione emocore italiana, dai compianti Verme ai più recenti Lantern, passando per precursori come Fine before you came, La Quiete o The Death of Anna Karina. E si sente perchè complessivamente l’album coglie nel segno, sia a livello sonoro sia a livello emozionale.

Coinvolge e accompagna verso territori ostili, rendendoli, per contro, in qualche modo accoglienti e ospitali. Sembra chiaro che questo non sia stato un album facile da condurre in porto e il lavoro introspettivo dietro di esso è tangibile e sostanziale.

E sta forse qui il suo vero valore, nella ricerca di qualcosa che non si vuole vedere, di qualcosa con la quale è faticoso confrontarsi. Farlo per se stessi, nell’intimità della propria camera, ha una sua rilevanza, inciderlo così sui solchi di un disco è però tutt’altra cosa.

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