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RECENSIONI

Beyond

Lazybones Flame Kids, Antigony Records 2019

Recensione di Simone La Croce

Sono passati poco più di tre anni da quell’omonimo esordio che tanto aveva fatto parlare di loro. Un lasso di tempo lungo, travagliato ma di certo significativo perché i Lazybones Flame Kids siano tornati sulla scena con un album come Beyond.

E il peso del tempo sta tutto nel sacrificio che emerge da ogni brano, da ogni piccolo dettaglio, curato con la perizia di chi si impegna a rendere con semplicità soluzioni tutt’altro che facili. Beyond trasuda ricerca, pazienza e spirito di cambiamento, pur garantendo ai L.F.K. una certa coerenza con se stessi e una certa onestà intellettuale tipica di chi ambisce veramente a creare qualcosa.

Restano gli arpeggi dilatati degli esordi e trova spazio una terza chitarra, mai a sproposito, mai invasiva, a colmare certi vuoti in favore di un wall of sound più alto e massiccio. Le parti pulite continuano a esserci, ma sono ben circoscritte e sempre funzionali alla conclusione che le segue. Così soffici tappeti sonori preludono, a volte dichiaratamente a volte meno, a schiaffi shoegaze che sottolineano la fatica e l’ostinazione necessarie ad arrivare lì dove le parole non possono portare l’ascoltatore, subito ricondotto, stremato, al punto di partenza.

Se gli American Football avevano illuminato la via dell’album di esordio, in Beyond a dettare la linea sono le overture chitarristiche dei Caspian o dei primi Mogwai di Young Team. Non se ne fa certo mistero. Ma i cambiamenti non si limitano certo a questo.

Dopo l’interlocuzione dell’omonimo brano di apertura, l’attacco di Greek Fire ne anticipa senza indugio diversi: la sfuriata iniziale, l’interruzione immediata, il preludio, lunghissimi riverberi e synth ovattati che sostengono una costante alternanza di potenza e morbidezza. La voce del bassista Marco Appioli irrompe improvvisamente al terzo brano, That one is Cacus, a declamare, dal XXV canto dell’inferno, la figura del centauro Caco, ladro e omicida, che insegue il blasfemo Vanni Fucci, reo di aver rivolto a Dio un gesto osceno. "Take that, God, for at thee I aim them".

I toni salgono, la batteria si incattivisce, il muro crolla e cresce continuamente, resistendo sempre alla disfatta definitiva, senza mai rinunciare alla ripresa. Lo spoken words rabbioso di Morning Hope spinge a superare il silenzio, a ballare come se nessuno stesse guardando, a non aver paura di essere felici. “Try, try, try”. Tutto esplode e si placa all’improvviso, tra crescendo di chitarre e trame soffocate, rabbia che si smorza solo a tratti per sfogare liberatoria nello spazio di poche battute. Come in Seven Kings of Rome, magistrale suite che racchiude in sé l’essenza del disco e del lavoro di emancipazione sonora fatto dai sassaresi in questi lunghi anni di gestazione dell’album, che con gli ascolti appare sempre più una necessità che una ricercata ragione stilistica.

I L.F.K. confermano una eccellente produzione, una oculata attenzione alle sfumature e grande cura dei suoni. Poco è lasciato al caso, tutto si incastra alla perfezione. Risultato non sempre scontato quando si concede spazio a lunghe parti strumentali. E in questo disco non sono mai fini a se stesse, ma inducono l’orecchio a chiedere loro dove vogliano andare a parare, a chiedersi a ogni sferzata dove porterà la strada intrapresa, se sarà un abbraccio confortante o una sfuriata violenta, un crollo o una resurrezione. Che in fondo sono facce della stessa medaglia. Ma qualunque sia l’esito, difficilmente lascia delusi. E il brano di chiusura sembra confermarlo. Intitolato non a caso Will there be an end, chiamando in causa i Death Cab for Cutie, ribadisce laconico l’importanza del tempo, per cadere e ricominciare, sbarazzandosi del passato. Come se solo così possa davvero esserci una fine.

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