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Psychollage

Bentrees, Autoprodotto 2017

Recensione di Daniele Mei

Questo testo non è adatto a persone con problemi di fotosensibilità.

Un pascolo.  

Campagne tra Iglesias e Villamassargia, dove nei primi del novecento passava Domini, Domenico Diana. Bandito o demonio, vedete voi (vi consiglio la lettura del libro che racconta quella storia scritto da Alessio Argiolas).

Ora sei un pastore.

Trovi per caso un vecchio I-Pod. Roba preistorica ormai. Inserisci il jack degli auricolari del tuo smartphone. Accendi un cannone di colour haze regalata da uno sconosciuto.

Play

Il cielo si colora subito di giallo acceso, come un filtro di Instagram portato all’eccesso.

Il vento si ferma.

Gli ovinidi, diventati di un colore fucsia intenso, ti fissano come a volere qualcosa. C’è, tra l’erba alta, un qualcosa di grigio. L’unico elemento in bianco e nero. Una pecora deceduta chissà come.

Dead sheep è un trip. Una vista delle campagne ad altezza erba. Le nuvole intorno roteano con velocità, e tu sei solo.

Non ti salverà certamente sollevarti un po’ in volo e passare a Dream of Flying.

Rubi un Panavia Tornado all’aeroporto di Decimomannu e sorvoli la statale 130 a bassissima quota sfiorando il Castello di Acquafredda.

Le sue ali a geometria variabile aperte, un’immagine imponente, finché arriva il momento di accendere i postbruciatori. Il rombo fuoriesce dai motori.

Il contrasto dei colori intorno è definito, non ci sono sfumature e il cielo si stringe sempre di più.

Il muro del suono, il muro di suono, è denso, e viene superato per potersi fiondare nello spazio dove tutto è più dilatato.

I due Bentrees (sì, hai capito bene, sono solo in due) hanno interpretato la materia dello stoner e dello space rock alla perfezione, lanciati dalla polvere desertica della Costa Verde, memori di tanti Duna Jam digeriti, defecati e partoriti in una nuova vita.

La band più Kyuss di tutto il panorama stoner sardo piacerà a chi ha nella sua discoteca Nebula, Orange Goblin, Karma to Burn, Los Natas, ma anche Pontiak e Arbouretum.

Psychollage

Small Garden è un tramonto all’aperto, il sole enorme colora tutto di giallo brunastro.

Le sfumature rosa delle nuvole più basse e il viola pastello dei cirri ad alta quota corrono veloci e si uniscono in un vortice dato dalla distorsione della chitarra. Il viaggio lisergico si liquefa ed entra in un tunnel costellato d’infinite gocce rosse e arancio. No, non è sangue. I due musicisti si stagliano sullo sfondo.  Le loro ombre scure almeno.

Cadi, all’improvviso, stupefatto, nel piccolo giardino sotto casa. I colori son nuovamente l’azzurro, il verde, il bianco. La luce non è più ipnotica e accecante, è naturale.

Tutti brani sopra gli otto minuti, dilatati sì, ma che non disdegnano parti più compresse e d’impatto.

Ad esempio Harmony, che, iniziando con un infinito assolo arpeggiato, si lancia in riff granitici accompagnati dalla ritmica fatta di molti piatti scintillanti e drumming possente e articolato. Harmony è, in effetti, un sogno. Uno strumentale che attraversa la psiche e la porta altrove.

Segue il discorso Starry Sky, quasi la seconda parte della precedente. Pura desert session. Palm Springs qua è un quartiere di Iglesias e la magia sta nel guardare dalla Coachella Valley dentro Piazza Sella, l’unico costante protagonista, il cielo.

L’apice è alla fine: Journey

Quasi dodici minuti di coinvolgimento sensoriale, senza nessuna droga se non quel suono di chitarra e quel percuotere in modo jazzato la batteria.

Una grandinata di grana grossa che non è ghiaccio, son più lapilli infuocati. Il vicino Monte Exi si è svegliato e ricopre di cenere le ceneri di questo popolo che coltiva l’idea che gli è stato tolto tutto per non tentare una strada differente.

I monti di Domusnovas bruciano ma gli alberi sono stati già tagliati in modo criminale. A rendere infuocata l’aria, è l’esplosione di quella che fu la RWM con tutte le anime dei bambini morti sotto quelle bombe. Li vedi, che urlano tra le fiamme.

Ora non c’è più nulla, la fabbrica è nel deserto arabo, dove nemmeno la musica dei Bentrees arriva. Restano solo quei cartoni incustoditi, pieni di esplosivi, e altre persone che battono il caschetto per terra.

Psychollage, è un grande disco, che si piazza tra i primi dischi del genere isolano. Senza nessun dubbio.

 

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