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Barry Jackson si racconta

Intervista con il musicista blues londinese che farà due date in Sardegna a metà febbraio

Salve Barry,

sarà un piacere per noi averti in Sardegna.

Vogliamo però provare a capire chi è Barry Jackson, la tua arte, le tue esperienze.

Ti faremo alcune domande. 

Eccole.

Intervista di Daniele Mei, traduzione di Daniela Schirru

Quando è che il blues ti ha folgorato? Ricordi una precisa occasione?

Negli ultimi anni dei cinquanta mi appassionai al rock’n’roll e a qualcosa che chiamavano skiffle.

Lo skiffle era una sorta di versione del rock’n’roll britannico artigianale. Era basato sulle canzoni di Leadbelly e sui “negro spirituals”. Lonnie Donegan era uno degli esponenti più importanti: buona ritmica, foot tapping sulla chitarra e bassi artigianali. Questo mi portò a Leadbelly, che è stato il mio primo interesse verso la musica nera americana originale. L’ho amato perché sembrava avere una voce autentica. 

Questo dovrebbe essere stato intorno al 1960, avevo dodici o tredici anni e il rock’n’roll aveva perso il suo fascino.

Quali sono stati i tuoi primi ascolti da ragazzo? Quello proprio chiave?

Il primo disco che comprai, nel 1957, fu Wake up little susie degli Everly Brothers. Amo ancora il rock’n’roll di quell’epoca. The Everlys, Buddy Holly e Elvis erano il motivo per cui volevo suonare la chitarra.

Nei primi anni ’60, ero appassionato dei Beatles ma ancor di più dei Rolling Stones. Prima che diventassero famosi, gli Stones suonavano tutte le domeniche in un piccolo seminterrato vicino alla stazione di Leicester Square e li vedevo diverse volte.

A quel tempo volevo essere Mick Jagger. Suonavano solo versioni di dischi di blues e r’n’b provenienti dagli Stati Uniti.

Nello stesso periodo ho visto due dei festival di folk-blues americano. Passarono per Londra negli anni ’60: Muddy Waters, Sonny Boy Williamson, Howlin Wolf ed altri. Londra stava spopolando con il blues,  John Lee Hooker e Jimmy Reed suonavano nei locali di Soho, ma ero troppo giovane per andare a fare le nottate!

Il mio primo LP blues è stato “Don’t turn me from your door” di John Lee Hooker, è ancora nella mia discoteca. All’epoca, non avevo idea che fossero canzoni regisrate da John Lee dieci o quindici anni prima. Ho pensato, come per i dischi rock’n’roll, che erano le sue ultime tracce!

Potevo dire, in quel momento, che il blues era nel mio sangue.

A scuola mi sono unito con alcuni amici per formare un gruppo di r’n’b, The Black Cat Bones. A quei tempi erano groups non bands (bands era più associato a strutture orchestrali  più grandi come le big band, le brass band ndr.)  

Per un paio di anni suonammo ogni settimana nelle sale da ballo.  Abbiamo persino aperto il nostro club sotterraneo, sotto una sala della chiesa.

Ho iniziato a divertirmi esibendomi.

Poi dai primi anni ’70 agli anni ’90, quando ho iniziato a lavorare e ho smesso di suonare pubblicamente, ho ascoltato tutta una serie di musiche, più blues che altro, ma anche Bob Dylan, Grateful Dead, Neil Young, The Band, Captain Beefheart, Brian Eno, David Byrne, i Talking Heads,  poi reggae, musica barocca, classica e minimalista.

Intorno al 1995 ho visitato una jam blues a Londra e mi sono ricordato quanto mi piacesse suonare il blues vent’anni prima.

Da li mi sono comprato una chitarra elettrica e ho iniziato a suonarla, iniziando a scavare in profondità nella storia della musica.

Oggi, con Spotify e Youtube è possibile ascoltare tutti i tipi di brani blues oscuri che, semplicemente, non erano disponibili negli anni ’60.

Sei considerato un veterano della scena londinese. Puoi raccontarci qualche aneddoto di questa tua bella storia?

È molto gentile da parte vostra definirmi un veterano della scena londinese di blues, ma non credo di averne le qualità.

Per la maggior parte della mia vita adulta non ero parte integrante della scena blues londinese, ed è solo negli ultimi vent’anni che io e il blues ci siamo avvicinati di nuovo. Quindi, nessun’aneddoto, mi spiace!

Tuttavia c’è stato un momento, quando ero uno studente, che ingaggiai The Bluesbreakers per suonare al May Ball all’Università ed Eric Clapton pisciò nei miei stivali… ma forse ne ho già parlato abbastanza.

Come e quanto è cambiata la musica, i locali, il pubblico?  In poche parole, come è cambiato il tuo mondo nel corso di questi anni?

 Un sacco di locali e pub nel corso degli anni sono stati chiusi. Quasi tutti i famosi locali di Londra dal 1960, Marquee, Flamingo e altri sono spariti.

Sembra comunque esserci ancora un pubblico per il blues, anche se i locali per le band sono diminuiti.

Ci sono ancora molti pub che, per fortuna, fanno duetti e solisti blues.

Ventitre anni fa apriva a Londra un locale che ancora oggi va molto forte, l’Ain’t Nothing But Blues Bar. È, senza ombra di dubbio, il miglior locale di blues ed io sono onorato di suonare là con regolarità, spesso insieme a Marco Farris. Negli ultimi sei anni ho tenuto li una jam session domenicale.

Un altro cambiamento notevole è che molti giovani musicisti che suonano blues, in questi anni, provengono da uno studio formale della musica. Molti di loro sembra siano stati al college musicale.  Questa possibilità semplicemente non esistevano negli anni ’60. Ciò significa che conoscono un sacco di cose sulla musica, sotto l’aspetto generale, ma non tutto ciò che serve, in particolare nel blues.

Semplicemente non sono stati capaci di trascorrere abbastanza tempo ascoltando i dischi di blues registrati dal 1920 al 1960. Molti dei loro ascolti riguardano il blues contemporaneo. Il consiglio che posso dare ai giovani musicisti che amano BB King o Jimmie Vaughan è:  “Non ascoltateli! Ascoltate le persone che li hanno ascoltati.”

Ora una domanda centrale. Cosa è il blues per Barry Jackson?

Cos’è il blues per me? È la sola musica che so suonare!

Fortunatamente, non sono un chitarrista molto intelligente, e non so nulla di teoria musicale, e credo che questi limiti mi abbiano aiutato. Le cose interessanti accadono quando occasionalmente interpreti le cose “erroneamente”. Come molti della mia generazione, ho imparato ad improvvisare, dall’ascolto, proprio come faceva Robert Johnson. Non c’erano insegnanti o colleghi che ti avrebbero insegnato. Ora sentire blues è diventato parte della mia carne e delle mie ossa.

In linea di massima, ora ascolto solo il blues di persone morte. C’è un gruppo di Facebook chiamato “Early electric blues 1935-1953” ed è il mio preferito al momento.

Per me il blues riguarda le canzoni, non una tecnica mozzafiato.

Non posso farlo con le 100 note al secondo della scuola di chitarra. Sono cresciuto adorando gli dei della chitarra da qualche parte lungo la strada. Il blues riguarda le canzoni e come tu le interpreti. E quando suoni con gli altri, devi ascoltare gli altri musicisti e creare lo spazio l’uno per l’altro, senza mostrare quanto brillanti si è.

E non iniziare da Joe Bonamassa!

Creo alcune delle mie canzoni e mi piace utilizzare le canzoni blues del passato, renderle migliori di quanto possa, senza preoccuparmi di farne una copia accurata.

Alcuni musicisti di blues non hanno realizzato che le versioni registrate delle canzoni sono semplicemente quelle. Howlin Wolf non avrebbe mai necessariamente interpretato la stessa canzone allo stesso modo due volte.

C’è così tanta bella musica nei canoni del blues che dovrebbe essere conosciuta al meglio. Tutti i sostenitori di blues conoscono Robert Johnson, ma quanti conoscono il lavoro di Leroy Carr & Scrapper Blackwell che ha venduto molti più dischi rispetto a Johnson? Perché andare a prendere una registrazione di Stevie Ray Vaughan per imparare una nuova canzone, quando ci sono canzoni inedite di Tommy Johnson?

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Mi hai già smentito nelle precedenti domande. Ho però letto che non conosci nessuna canzone incisa dopo il 1959. Verità o un modo per aumentare il fascino intorno alla tua figura artistica?

No, non è completamente vero. Conosco due canzoni del 1962.

Canzoni di vita, amore, treni e cani. Cosa significa questa frase trovata nella locandina di un tuo concerto al Fiddlers (un locale a Brodick nell’Isola di Arran in Scozia)? 

Due delle mie canzoni personali si intitolano The dog has gone e I’m like a dog, and somebody stole my bone. Ricordi il cerbero di Robert Johnson?

Raccontaci qualcosa del tuo incontro con Champion Jack Dupree.

Tra la metà e la fine degli anni ’60 ero al college e suonavo occasionalmente (non retribuito) nei Folks Club, luoghi dove venivano suonati tutti i generi di musica folk, incluso il blues.  Non avevamo microfoni, sistemi portatili amplificati o amplificatori, era tutto acustico. A differenza delle piazze di oggi, il pubblico di quelli anni era silenzioso. Un luogo dove suonai era il University of London Students’ Union nel quale a volte suonavano musicisti professionisti.

Una sera, probabilmente nel 1966, Champion Jack fu invitato. Viveva in Gran Bretagna a quel tempo ed era uno dei musicisti blues che scoprì che l’Europa era più accogliente per gli afroamericani rispetto agli Stati Uniti.

In quel periodo suonavo versioni piuttosto scadenti delle canzoni di Lightnin Hopkins e di Brownie McGee. Feci le mie due canzoni prima che lui si alzasse per suonare. Ero completamente imbarazzato. Eccomi qua, un ragazzo bianco della classe media che canta canzoni di disagio che non avevo mai sperimentato. E li c’era invece Champion Jack che divenne orfano quando la sua casa venne bruciata dal KuKluxKlan.

Con mia grande sorpresa, però, lui disse qualcosa tipo: “quel ragazzo conosce il blues” e mi invitò ad unirmi a lui su un paio di brani.

Fu un’esperienza che non dimenticherò. Era un grande musicista, molto semplice con un divertente ritmo ed era pure un fantastico narratore.

Dopo la sua performance, si sedette al bar e raccontò storie, bevendo brandy, mentre un gruppetto di noi giovani gli si sedeva intorno pagando il giro.

Da sardi, siamo certamente orgogliosi del tuo apprezzamento per il nostro Marco Farris e per la collaborazione con lui, com’è lavorare con Marco?

Marco è fantastico. Adoro suonare con lui,  è uno dei migliori musicisti blues che conosco. Ha una profonda conoscenza e comprensione delle radici della musica, e ne è un naturale esecutore. In qualunque posto suoniamo sembra che rispondiamo molto bene.

Il blues sardo sta spiccando il volo: i Don Leone a Memphis all’International Blues Expo, Francesco Piu che gira il mondo con la sua chitarra, giovani come Andrea Cubeddu, River of Gennargentu, Big Bon e tanti altri.

Irene Loche poi. Che forza questa ragazza, sei d’accordo?

Ah Irene! Ho avuto il piacere di suonare con Irene per diverse volte qui a Londra. Lei è una musicista blues appassionata con una bella voce e un’impressionante talento chitarristico. Avrà tanto successo credo.  

Non vedo l’ora di suonare ancora con lei in Sardegna!

Grazie della bella chiacchierata Barry. Ci vediamo in Sardegna!

Grazie a te Daniele. Ci vediamo in Sardegna!

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