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Bad Blues Quartet

Bad Blues Quartet, autoprodotto 2017

Recensione di Daniele Mei

Posso tranquillamente dire che i Bad Blues Quartet, con questo loro primo disco, hanno confezionato un ottimo lavoro.

Un lavoro dove la parola chiave è equilibrio. Nessuna nota di troppo, nessuna nota in meno. I virtuosismi e la bravura dei singoli in costante evidenza e ognuno con il proprio ruolo e spazio ben definito.

La voce, davvero notevole, di Elenonora Usala, è un valore aggiunto al pari della chitarra di Federico Valenti. La sezione ritmica, con al basso Simone Arca e alla batteria Frank Stara, è diretta e precisa come un treno che vola nelle stazioni periferiche.

E dire che inizialmente li avevo un po’ snobbati. Li trovavo troppo “buoni” a dispetto del nome. Mi mancava approfondire, troppo preso da tante altre cose. E a posteriori vedo anche stretta la decima posizione nella nostra Classifica dei migliori dischi del 2017.

In un panorama blues che in Sardegna è ora di statura molto alta, loro si piazzano indubbiamente tra le cose più interessanti. Si differenziano e tracciano un percorso slegato dal resto, un solco importante.

Nulla di veramente nuovo, sia chiaro, ma non credo sia l’intenzione di nessun gruppo blues essere nuovo, anzi. E comunque c’è, appunto, un equilibrio importante tra freschezza, classicità, conservazione e il guardare oltre.

Il disco

A rendere però questi Bad Blues davvero “bad” sono i testi.

Dagli amori malati e finiti male di Me and The David’s Blues, all’amore che non tradisce mai come quello per la musica. Si passa poi per un altro amore rischioso ma di diversa natura come quello raccontato in Walker’s Blues, dove è l’whiskey il protagonista. Naturalmente insieme all’armonica di Diego Milia. E si parla anche di sorpresa nel vedere un piccolissimo centro della Sardegna più nascosta, colorato di bellezza e blues, come in Nureci.

L’evasione di Snort Some Daisies dove basta fuggire, prendere le cose alla leggera, ballare e sniffare un’innocua margherita per andare oltre la noiosa quotidianità. La malinconica sensualità di Illusion’s Song: un viaggio che sembra un sogno diventa il grido di una donna che non si fa rinchiudere da un uomo che si rivela tutt’altro. Storia ricorrente questa.

Il basso gira che è un piacere, l’assolo di chitarra infinito, psichedelico, la voce che evoca essenzialmente tre immagini e sensazioni: sesso, carica energetica, calore. E queste son costanti del disco, come la batteria sempre sul pezzo, che sa essere protagonista e gregaria allo stesso modo.

I momenti più divertenti sono intervallati da delle ballate quali appunto Illusion’s Song e quello che è per me l’apice assoluto. Quella Me and The David’s Blues, dove la voce di Eleonora si supera, aumentando il mio personale carico di testosterone. Lunga, evocativa, potente, con un testo che è una storia importante, sentita. Si sale, toccando vette molto alte.

Steve Ray Vaughan è ovunque . In Behind the Hat (SRV) si celebra quello che è il loro punto di riferimento principale, anche se a spiccare è l’Hammond dell’ospite Alessio Sanna. Poi l’assolo finale fa il resto. Bellissima.

Chiude il cerchio,

una canzone collettiva, come nelle belle famiglie. Tutti a cantare un brano della tradizione, quella Go Down Old Hannah, che viene dalla preistoria del blues. Con uno dei padri del blues in Sardegna, Vittorio Pitzalis, e un altro pezzo da novanta come Ruben Massidda ad impreziosire la canzone.

 

“Tramonta, sole feroce
E non sorgere più
E se te ne vieni su al mattino
Brucia tutto quanto ‘sto mondo”*

 

Vai ai testi con relativa traduzione   e ascolta Bad Blues Quartet su Spotify

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