AWAKE FOR DAYS: INTERVISTA

Awake For Days

Una chiacchierata con la band nuorese in tour negli USA di spalla ai Cold

Intervista di Simone La Croce

Gli Awake for Days hanno appena concluso un tour che li ha visti impegnati negli Stati Uniti a supporto dei Cold – storico gruppo post grunge con due dischi d’oro e qualche milione di album venduti alle spalle. La band metalcore di Nuoro, per sostenere le spese del lungo giro statunitense, ha lanciato una campagna di crowdfunding che ha creato un po’ di scompiglio sui social, dove qualcuno li ha additati a mendicanti, e qualcun altro ha visto nell’iniziativa una scorciatoia per evitare la gavetta. Per provare a fare un po’ di chiarezza, li abbiamo raggiunti mentre erano ancora in tour e ci siamo fatti raccontare qualcosa di più riguardo al funzionamento dell’operazione tutta, alla sua effettiva portata e agli effetti che che hanno già avuto modo di riscontrare.

Buona lettura.

Raccontateci un po’ cosa siete andati a fare negli States?

Siamo in tour come supporto principale ai Cold in una tournée per gli States di oltre 40 date in due mesi. È partita il 29 agosto nel New Jersey e sarebbe dovuta terminare il 22 ottobre, ma l’ottima risposta del pubblico ha convinto gli organizzatori a proporci altri 10 show nella West Coast, che ci tratterranno qui fino al 6 Novembre per chiudere con due date al Viper Room di Hollywood.

Poco più di un anno fa Shawn Barusch, proprietario di Music Gallery International, ha sentito i nostri pezzi e si è proposto di rappresentarci. Dopo averci riflettuto attentamente abbiamo accettato e questo ci ha permesso di entrare in un roster composto da grandi artisti del metal. A lui oggi dobbiamo riconoscere il merito di aver creduto in noi mettendo in gioco il suo nome, spiegandoci pazientemente dinamiche a noi sconosciute e creando con il suo incessante lavoro questa clamorosa opportunità.

Raccontateci a questo punto come funziona nel dettaglio la campagna di crowdfounding e come sta andando?

La campagna dà ai nostri supporter l’opportunità di contribuire a questa operazione. Per ogni donazione abbiamo previsto una “reward”, un regalo esclusivo che va dalla t-shirt ai ticket per i nostri prossimi concerti, fino all’acquisto del nostro prossimo disco Multiverse, che uscirà nel 2020. Ciò che ha contato per noi è stato il riconoscimento da parte di tante persone alla nostra volontà di perseguire ciò che sembrava solo una fantasia. Nonostante i contributi siano stati tantissimi, come spieghiamo nella nostra pagina GoFundMe, il crowdfunding coprirà solo una parte delle spese per la realizzazione del tour: il resto dei fondi viene direttamente dai nostri risparmi e dai guadagni delle attività live pregresse.

Tutta l’operazione sembra una pratica poco conosciuta negli ambienti estranei al metal e non solo nell’isola. Raccontateci meglio come funziona da un punto di vista prettamente manageriale e logistico. 

Siamo una band indipendente, fino a poco tempo fa semisconosciuta; non siamo legati a nessuna etichetta e abbiamo ancora tutto da dimostrare. Questo è per noi principalmente un tour promozionale, interamente autofinanziato, dai trasporti, alla spedizione degli strumenti, al noleggio dei mezzi fino al vitto e all’alloggio. L’obiettivo è dimostrare un potenziale per cui etichette e compagnie siano interessate a proporci altri tour e contratti discografici. Questo genere di procedura è nota principalmente a chi è avvezzo a certe dinamiche, noi stessi ci siamo dovuti lentamente abituare all’idea che nessuno ci avrebbe proposto un contratto perché ammaliato da un nostro concerto in Sardegna o da un video su YouTube. Oggi più che mai occorre investire nella propria musica e portarla dove si ritiene che debba stare. Questo è stato lo “switch” culturale che ci ha fatto diventare “imprenditori di noi stessi”.

Avete ricevuto un grande sostegno ma anche molte critiche sui social per questa vostra iniziativa. Come le avete vissute e qual è la più frequente che vi è stata mossa?

Non potevano mancare le critiche, molte delle quali abbastanza disinformate: in Italia, e ancor di più in Sardegna, si sa poco del funzionamento del CrowdFunding. L’obiezione più comune è stata quella di accostare questa prassi al chiedere l’elemosina o al volersi togliere un vezzo a spese altrui. Abbiamo accolto le contestazioni con grande filosofia, anche perché arrivavano spesso da persone che non hanno mai fatto ricorso a questo tipo di supporto. Del resto con il senno di poi, qualche anno fa noi stessi avremmo pensato che questa potesse essere una mossa folle e sconsiderata. Oggi crediamo, invece, di aver contribuito ad aprire un dibattito intorno a queste tematiche e confidiamo che possa far riflettere tanti musicisti. C'è da investire sul proprio talento, ed essere i primi a crederci, come in qualsiasi altra attività. 

E invece qual è la vostra visione di tutta l’operazione?

Un treno da prendere, atteso per anni, durante i quali ci siamo migliorati ogni giorno sia a livello tecnico che compositivo. Abbiamo passato settimane a cercare di comprendere il mercato statunitense, nel quale gli investimenti – anche da parte delle band –, le conoscenze giuste, il merchandising o le interazioni sui social vengono prima della musica.

Capiremo adesso se finora abbiamo lavorato bene e se, anche grazie al tour, potremo costruirci un futuro in questo panorama musicale.

E come sta andando il tour? State avendo feedback dal pubblico?

La strategia di promozione sta dando alla fine i suoi frutti?

La risposta del pubblico finora è stata molto positiva: abbiamo ricevuto accoglienze lusinghiere ogni sera, con centinaia di persone che si sono fermate dopo lo show per complimentarsi, avere un autografo o scattare una foto, qualcosa che davvero non ci saremmo mai aspettati. Già dalle prime serate il pubblico ha interagito con noi, dimostrando di apprezzare le nostre canzoni, cantando e saltando senza conoscerne una sola nota. Questo ritorno, in qualche modo, ci conferma che la nostra scommessa possa già considerarsi vinta. 

Vi aspettavate questo esito o avevate altre aspettative a riguardo?

Sinceramente no: speravamo in una buona reazione alle nostre canzoni, ma ci aspettavamo un processo di adattamento più lento. Mai avremmo pronosticato l’entusiasmo che si è creato intorno a noi, sia da parte del pubblico sia dagli addetti ai lavori.

E per voi invece come sta andando? 40 date in giro per il Paese non devono essere facili da affrontare. Come procede da questo punto di vista ora che siete a metà tour? Arriverete vivi alla fine?

Speriamo proprio di arrivare alla fine sani e salvi! All’inizio non è stato facile a livello fisico, perché l’adattamento a sbalzi termici e allo street food americano ci ha regalato giorni di malanni vari. Difficilmente scorderemo le trasferte in van, anche di 10 o 12 ore, per passare da un concerto all’altro; tutte esperienze acquisite che abbiamo imparato a gestire, spinti dal desiderio di suonare ogni sera in un nuovo palco. 

Di certo non abbiamo vissuto neanche un briciolo della vita “rock’n’roll” che tutti immaginano: il nostro driver – da buon veterano dell’esercito – ci ha imposto disciplina, puntualità e prontezza di riflessi, suscitando la gioia e il plauso dei tecnici, soprattutto per il nostro set-up minimale ed efficace.

E alla fine del tour invece cosa vi aspetta?

Qualche settimana di riposo e integreremo finalmente la dieta con del cibo sano! Dopodiché, insieme al management, considereremo una serie di opzioni. Vorremo tornare in tour quanto prima e far uscire finalmente il nostro album Multiverse. Il 2020 sarà un anno pieno di sorprese!

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