A Little Laughing Dog

Abbiamo intervistato il giovane musicista che ci parla del suo progetto.

Intervista di Giulia Pani

Ciao Claudio! Iniziamo dal nome, che è un po’ la presentazione del progetto: c’è un riferimento letterario molto evidente, che implica un background culturale definito, si tratta solo di un omaggio o tutto il progetto in qualche modo ha dei riferimenti a quella cultura e a quelle atmosfere?

Hai ragione, è un riferimento ben preciso, sia come epoca che come ”mood” di fondo.

Il cagnolino rise è infatti il titolo del libro di Arturo Bandini, scrittore di belle speranze e pochi soldi nell’America della Grande Depressione (1929), protagonista di Chiedi alla Polvere di John Fante.

Anche per me, come per Artuto, la necessità di esprimermi nasce in un contesto sociale deteriorato e pieno di pregiudizi.

L’Italia somiglia parecchio all’America bigotta dei primi del ‘900, pur mancando l’effervescenza culturale di quel contesto.

Quindi potremmo dire che è una sorta di rilettura di un passato lontano, anche come cultura, per dare un’interpretazione del qui e ora...in questo contesto sociale italiano di glorificazione dell’egoismo e di chiusura delle frontiere, fisiche e mentali, il tuo è un sound particolarmente aperto, che sembra dirci di guardare lontano.

In che modo vorresti che fosse interpretata la tua musica in questo senso?

Una premessa: credo che i panorami musicali attuali di Europa e Stati Uniti siano piuttosto omogenei, pur con delle peculiarità.

Il travaso è avvenuto soprattutto verso la sponda europea, e per quelli che hanno superato i trenta come me è normale essere cresciuti con un background non autoctono.

Io sono figlio di quest’epoca, e rivendico il diritto di appartenere al mondo, anche musicalmente.

Questo dovrebbe essere un diritto di tutti e questo è quello che dice la mia musica! 

Questo è un progetto solista un po’ lontano dalla tradizione cantautoriale di voce e chitarra, sebbene tu sia un chitarrista esperto. Abbiamo in questi pezzi la presenza di molti elementi e grande ricchezza compositiva. Come nascono queste canzoni e come si arriva a un prodotto finale così articolato?

Io compongo più o meno tutto a partire da una bozza di chitarra e voce, poi il processo creativo si sviluppa nella mia mente percorrendo strade che spesso sono ignote pure a me stesso…

Diciamo che ho una sorta di immagine sonora, che cerco di trascrivere in musica attraverso il processo compositivo.

Non dedico tantissimo tempo alla ricerca dell’esecuzione perfetta, preferisco suonare con un certo spazio per l’improvvisazione, anche in studio.

Visto che lavori da solo a questo progetto, ma in passato hai collaborato con altri musicisti in band complete, quali sono le differenze in fase di creazione dei pezzi? Hai incontrato maggiori difficoltà o, al contrario, hai sentito una libertà espressiva che nel lavoro di gruppo potrebbe essere limitata, e che ti ha reso più facile il processo creativo?

La maggiore libertà espressiva è innegabile, così come l’omogeneità del suono finale, ma questo più che un pregio è un semplice dato di fatto.

Mi piace collaborare con altri musicisti e spero di rifarlo in futuro, la scelta di suonare da solo in questo momento risponde più che altro a un’esigenza personale.

C’è da considerare inoltre che dalle mie parti non c’è grande disponibilità di musicisti, oltre che di locali attrezzati per poter provare con una band completa.

Parliamo dei testi, leggendo quanto hai scritto, si ha l’impressione che si tratti di finestre aperte su piccoli mondi, delle istantanee molto nitide e colorate, in cui il tema della solitudine sembra in qualche modo un sottofondo imprescindibile.

Era l’effetto che volevi dare? Come nascono questi testi e cosa vuoi comunicare a chi ti ascolta?

La mia scrittura è fortemente influenzata dal quotidiano… e sì, sono uno che osserva parecchio, il paragone della finestra è corretto.

Mi piace pensare che chi leggerà questi testi possa cogliere il mio messaggio: mi sento un pesce fuori dall’acqua in questa società, ed è tutta colpa nostra che non ci parliamo più e abbiamo spostato la scala dei valori sull’apparenza.

È un tentativo di far sapere a chi prova le mie stesse sensazioni che non è solo, che non tutte le coscienze sono dormienti.

Tipo: “Hey, ci facciamo compagnia due o tre minuti? Ti prometto che non ti ammorberò parlando di scemenze”. 

Viviamo in un’epoca in cui l’apparenza è tutto, anche in ambito musicale (vedi i nuovi “miti”, i talent show, la musica programmata a tavolino), tu invece hai scelto di non apparire nemmeno nel nome del progetto, ma di lasciare che la tua musica parli per te. Credo che questa sia una strada particolarmente ostica da percorrere, o in ogni caso una sfida importante… cosa ne pensi?

Dipende dagli obiettivi che ci si pone.

Il mio non è il successo, ma solo potermi esprimere tramite la mia musica.

Se dovessi cambiare questo approccio non mi sentirei tanto sincero e forse non lo sarebbe nemmeno la musica che compongo.

Non fraintendermi, non dico che vivere di musica non sarebbe bello!

Ma se dovesse mai succedere, sarà perché quello che faccio va bene così.

Ad ogni modo, se non succederà, non smetterò comunque di suonare.

È un bisogno personale che deve essere sempre soddisfatto! 

Non è immediata la classificazione di ciò che componi in un genere definito, piuttosto appare abbastanza evidente la contaminazione di più generi e più influenze musicali. In che genere classificheresti la tua musica, se si può, e quali sono le influenze musicali che hanno avuto maggiore impatto nella realizzazione di questo progetto?

Classificarla è difficile pure per me!

Le influenze sono tantissime: Il blues del Delta, la roba prodotta dalla Motown negli anni ‘60, le colonne sonore di Tarantino, Jack White, i Black Keys.

Mi piace però un sacco anche l’hip-hop old school e l’R’n’B, il grunge, e molto altro ancora.

Mischio tutto quello che mi passa per la mente, e il prodotto finale è il risultato di tutte queste contaminazioni.

La tua musica ha un sapore piuttosto “esotico”, passami il termine, nel senso che ha dei richiami a culture e suoni lontani, ma tu sei sardo: in che modo la tua “sardità” si può ritrovare in ciò che componi?

Credo che la scena sarda abbia una grande affinità con le radici del cosiddetto “lato B degli Stati Uniti”.

Non parliamo dell’America patinata con piscine, fuoriserie e grattacieli, ma piuttosto di quella dei bassifondi, delle sterminate campagne nel grande Sud, di chi sta alla periferia dell’impero.

È un dato di fatto: se ascolti i King Howl o River of Gennargentu, per farti due nomi sardi al 100%, ti rendi conto che qua più che altrove si può trovare una vera espressione del Blues.

Perché il Blues non è un genere musicale, ma qualcosa di più intimo e profondo: è la capacità di far vibrare le note in un determinato modo, di dargli quel sapore malinconico che lo contraddistingue.

Suonare il Blues viene bene solo se ce l’hai dentro da sempre.

Il mio essere sardo trova espressione in questa affinità.

Hai pubblicato due singoli, Cadillac Blue e Mighty River, che ci sono piaciuti molto.

Cosa ci farai ascoltare nell’immediato futuro?

Che programmi ha “il cagnolino che ride”?

Qualcosa di nuovo uscirà nel breve periodo.

Sarà piuttosto diverso da quanto sentito fino a ora, ma non voglio anticipare nulla!

Purtroppo, credo che avrò poche possibilità di esibirmi dal vivo questa estate perché a breve mi trasferirò per qualche tempo!

Forse riuscirò comunque a fare qualche data, seguitemi su Facebook!

Grazie per la chiacchierata!

Grazie a voi!

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